Il tempo è un diritto
Massimo Perego, psicologo, racconta quanto sia importante riuscire ad allungare i tempi di accompagnamento all’autonomia dei care leavers.
A tre chilometri dalla riva si è quasi arrivati, o si è ancora dannatamente lontani. Massimo Perego, psicologo e tutor della cooperativa sociale La grande casa di Sesto San Giovanni, racconta così la sua esperienza con i care leavers. Come un approdo da raggiungere, insieme. Perché a nuoto, da soli, può essere sfinente se non impossibile. Da anni Massimo lavora nel contesto della Sperimentazione, il programma nazionale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per accompagnare all’autonomia ragazzi e ragazze fino ai 21 anni, ovvero tre in più rispetto al famoso compleanno della maggiore età. “A 18 anni si è in mezzo al mare, letteralmente. A 21 la costa è lì, a tre chilometri, ma hai voglia ad arrivarci a nuoto… Se sei un buon nuotatore magari ce la fai pure, con le ossa distrutte o mangiucchiato dagli squali; la media invece non ci arriva proprio, affoga prima. Per capire e costruirsi un’autonomia serve più tempo, sono i ragazzi i primi a capirlo e chiederlo. Arrivano ad avere un minimo di consapevolezza di cosa significhi a ridosso della scadenza della sperimentazione, e da lì a breve tutto finisce, lasciandoli soli. Al momento però questo “allungamento” pare impossibile, serve una legge. Ed è per questo che realtà come Agevolando, in grado di prendere in mano questa situazione, sono essenziali”.
In che senso?
“Nel senso che arriva là dove le norme non arrivano più, proprio in relazione a quanto dicevamo prima. In questi sei anni di Sperimentazione poi Agevolando è stata importante per chi non veniva raggiunto dalla Sperimentazione stessa, magari perché residente fuori dai territori interessati. L’idea che ci sia un’associazione fatta dai ragazzi stessi, che cerca di incidere nelle politiche, nelle prassi, nei servizi, esattamente come avrebbe voluto fare la Sperimentazione, è molto importante. Agevolando è un’associazione viva, che fa cose e fa sentire la voce dei ragazzi e delle ragazze. A 21 anni pensare di essere autonomo in una società come la nostra è una sfida pazzesca, direi quasi impossibile; sfido chiunque, non avendo alle spalle nessuno. Avere qualcuno di organizzato, avere un luogo in cui potersi impegnare, incidere, farsi sentire, è importantissimo. Soprattutto se quel luogo, e mi riferisco proprio ad Agevolando, è fatto da loro”.
Sembra che ci sia un momento, 18 o 21 anni, in cui tutto debba stabilizzarsi o realizzarsi, come per magia.
“Anche per questo è importante che un approdo come Agevolando esista. Come punto di riferimento, di socializzazione per chi ha compiuto 18 o 21 anni. Intercetta qualcosa di importante, che i ragazzi sottolineano sempre: a un certo punto finisce tutto! Se ne accorgono loro e ce ne accorgiamo noi operatori. Per i ragazzi che hanno più risorse, una situazione meno problematica e un percorso di Affido che continua e che magari ha consentito un proseguimento degli studi, può essere meno difficile. Per gli altri, che hanno fatto più fatica anche a utilizzare gli strumenti della sperimentazione, i tempi buoni iniziano proprio quando il progetto sta per scadere. Li insegui per un anno, ci sono e non ci sono, poi iniziano a fare esperienza, a lavoraci su, e dopo qualche mese finisce tutto. Sapere che là fuori c’è una rete, un riferimento, è importante”.
Nel concreto quali sono le urgenze?
“Mantenere le leggi che hanno stabilito agevolazioni per i care leavers, come la possibilità di fare ISEE autonomo e ampliare i sostegni; ma soprattutto portare a 25 anni la soglia di uscita dal sistema di cura età. Inoltre servono politiche abitative serie: la casa è lo scoglio maggiore. Noi de La Grande ce lo stiamo dicendo: così è impossibile andare avanti. Noi abbiamo avuto la fortuna di avere assegnato un appartamento a Macherio, in un condominio solidale: tre posti letto che utilizziamo per inserire chi non ha alternative o per fare una prima prova di autonomia. Bisogna creare una rete che dia delle possibilità abitative, ma serve una politica regionale e nazionale. Per il lavoro in qualche modo si trova una soluzione, i ragazzi lo trovano, per la casa invece è durissima”.
Facciamo un passo indietro, o torniamo all’inizio: dopo tanti anni di lavoro insieme, come spiegheresti chi è un Care leaver a chi non lo sa?
“Come per qualsiasi altra definizione partirei dal fatto che non è soltanto quella definizione. Prima è una persona, un ragazzo o una ragazza, che non coincide con il trauma che lo ha portato a crescere fuori famiglia; ma contemporaneamente è anche parte di quel trauma. È comunque una persona con risorse, qualità, parecchio coraggio e anche una certa libertà. Libertà dell’irresponsabilità e un po’ dell’avventura, ma meno libertà scelta. Di sicuro non ci sono genitori “che rompono”, ma nemmeno che sostengono. Le loro ferite sono sicuramente ferite profonde ma la persona non è tutta lì e il nostro compito è saperla osservare con sguardo limpido, senza pre-concetti. Ma questo è un problema sociale tout-court: inorridire per qualcosa che vedi nell’altro, senza magari renderti conto di quello che vivi in casa. In questi anni ho notato che alcuni ragazzi si sentono stigmatizzati da questa definizione, altri invece la vivono con orgoglio e la rivendicano. Sentono di essere in credito con la società, pronti a dare ma anche a ricevere. Per lo meno ricevere le stesse possibilità dei loro coetanei”.
We Are Care Leavers è un racconto di racconti. Voci di ragazzi e ragazze, di professionisti e professioniste, storie ed esperienze di chi vive quotidianamente l’universo dei Care Leavers in Italia. Un progetto di comunicazione realizzato grazie al sostegno del Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo – Progetto Care to Impact.
