“Non abbiamo bisogno di essere aggiustati, ma ascoltati”
Il 20 novembre è la Giornata Internazionale dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza. A Firenze, insieme all’Istituto degli Innocenti e alla Regione Toscana, c’eravamo anche noi. E lì, nel corso di una tavola rotonda, Carlo, 27 anni, ragazzo del Care leaver Network Lombardia, ha preso parola. Anzi, più di una. Queste.
Come cambiano in un mondo che cambia? Quali sono oggi i bisogni espressi e inespressi degli adolescenti? Quali suggerimenti possiamo dare per una partecipazione e un protagonismo più reale? Queste sono tra le domande a cui faccio più fatica a trovare risposte. Perché spesso, quando si parla di partecipazione degli adolescenti, di rappresentanza, si immagina qualcosa che “cade dall’alto”.
Per me la rappresentanza esiste quando un adulto mi aiuta a capire quello che sto facendo, invece di vietarmelo senza aver prima compreso lui stesso di cosa si tratta. Se non capisco il senso delle cose, come posso essere parte attiva? Si pretende che gli adolescenti capiscano e partecipino a processi che non sono fatti per loro, né con loro. Succede anche a scuola. Ricordo, ad esempio, quando è morto mio padre. Ho fatto tre giorni di assenza, ovviamente. I professori non sono venuti al funerale, ma al rientro mi hanno detto “anche se non stai attento, vieni. Ti trattiamo come tutti gli altri, ma sapendo cosa stai vivendo”. Quella per me è stata una forma di partecipazione: non mi hanno messo in un angolo, non mi hanno trattato da “diverso”, ma nemmeno ignorato. Mi hanno ascoltato, e mi sono rimasti vicini in modo normale.
C’è poi un tema che mi sta molto a cuore: gli adolescenti silenziosi. Quelli che non attirano l’attenzione, che sembrano “andare bene” e invece nessuno li vede davvero. Io ero uno di loro. Come li ascolti? Come li coinvolgi?
La risposta che mi do è: andando nei luoghi che frequentano. Io mi sono sentito protagonista solo quando, in un laboratorio, qualcuno ha chiesto davvero le mie idee. Basta poco: incontrarci, parlarci, approfondire i nostri punti di vista. Partecipazione vuol dire questo.
Io ho vissuto in comunità, ma frequentavo una scuola privata. La mia vita quotidiana era fatta di spazi frequentati da coetanei che però non erano “per me”: discoteche, locali… luoghi in cui non potevo entrare. In altre città, in altri quartieri, ho visto spazi giovanili bellissimi ma difficili da raggiungere per chi non ha soldi o mezzi. Oppure ho visto piazze vuote, senza nulla che faccia venire voglia di uscire. Un’esperienza che mi ha cambiato, invece, è stata l’oratorio: uno spazio gratuito, aperto, dove non servivano soldi o permessi. E lo stesso vale per alcune comunità che ho conosciuto: vivere in un appartamento “in mezzo agli altri” ti dà un senso di normalità. All’inizio i vicini non ci conoscevano, poi siamo diventati una risorsa uno per l’altro. Ma rimane un problema di fondo: le nostre città hanno tanti luoghi, ma pochi luoghi per adolescenti. E poi c’è un altro tema: i modelli abitativi.
Oggi spesso i vicini non si conoscono nemmeno. Se una famiglia è in difficoltà, nessuno se ne accorge. Io non sono stato “salvato” dal vicinato, ma da una professoressa che ha visto oltre la mia trasandatezza e ha insistito per aiutarmi.
Si parla di tutela, di autonomia, ma dove iniziano e dove finiscono? Per me tutela e autonomia partono da una domanda semplice: “Aiutami a capire i miei desideri prima di giudicarli.” Da adolescente avevo dei sogni, ma non sempre qualcuno li prendeva sul serio. Io volevo tornare a casa. Gli educatori in comunità non si sono limitati a dirmi “no, non puoi”. Mi hanno portato a vedere, concretamente, cosa significasse tornare lì in quel momento. E solo allora ho capito che non era la scelta giusta. Questo per me è accompagnare all’autonomia: non fare al posto mio, ma non lasciarmi solo.
Ci sono esperienze che mi hanno segnato. Una volta stavo male in comunità e ho chiesto al coordinatore se esistevano alternative. Lui sapeva che una coppia aveva dato disponibilità per prendermi in Affido, ma non me l’ha detto subito. Mi ha dato un foglio bianco e mi ha chiesto: “Scrivi con chi stai davvero bene.” Io ho scritto “Massimo e Lucia”. È stato il modo per arrivare alla soluzione partendo da me, non da una decisione presa sopra la mia testa.
Spesso chiediamo agli adolescenti di essere troppo grandi e troppo piccoli allo stesso tempo. A 18 anni ci si aspetta che sappiamo già cosa fare della vita, ma allo stesso tempo siamo trattati come se non fossimo capaci di decidere nulla. E così tanti ragazzi restano soli ad affrontare problemi enormi. Penso anche ai ragazzi che chiamiamo “maranza”: li immaginiamo solo come un problema, da punire o da allontanare. Ma quanti adulti conoscono davvero il quartiere in cui vivono, le loro famiglie, la loro quotidianità? La tutela e l’autonomia nascono dalla relazione, non dal giudizio.
Ma allora, di quali strumenti abbiamo bisogno per essere protetti e diventare autonomi? Per me la risposta più semplice è anche la più vera: sapere a chi chiedere aiuto e avere una rete aperta, competente e riconoscibile. Io sono stato aiutato perché una professoressa ha visto in me qualcosa oltre i comportamenti esterni, e da lì i servizi hanno capito che c’era una situazione da prendere in carico. Se non l’avesse fatto lei, chissà come sarebbe andata.
Gli adolescenti non hanno bisogno di essere “aggiustati”: hanno bisogno di essere incontrati, visti, ascoltati. E per farlo servono città più aperte, adulti curiosi e meno giudicanti, spazi reali di partecipazione e una rete che non sia nascosta o complicata da raggiungere.
Firenze, 20 novembre 2025 – Intervento integrale di Carlo, care leaver, alla tavola rotonda Adolescenti che guardano il mondo, guardare il mondo adolescente, organizzata in occasione della Giornata dei Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
We Are Care Leavers è un racconto di racconti. Voci di ragazzi e ragazze, di professionisti e professioniste, storie ed esperienze di chi vive quotidianamente l’universo dei Care Leavers in Italia. Un progetto di comunicazione realizzato grazie al sostegno del Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo – Progetto Care to Impact.
