“No, non andava bene così”
Alle spalle Carol ha (quasi) trent’anni e tre abbandoni. Quello di mamma e papà, quello della famiglia affidataria — e maltrattante — e quello delle istituzioni. Davanti, invece, ha tutta la vita
Carol ha trent’anni. Ne ha avuti anche uno, quindici, diciotto e diciotto e un giorno. Come chiunque? No. Come tanti forse, e spesso invisibili, ma non chiunque. A un anno Carol ha iniziato a chiamare mamma una persona che mamma non era. Era zia, ma questo lo avrebbe imparato poi, a quindici. Mamma e papà non l’avevano tenuta con loro, non avevano potuto, o voluto. Così dal Marocco è arrivata lei, zia, e insieme a suo fratello è iniziato l’affido intra-familiare. “Per 16 anni, prima di andare in comunità – racconta Carol – ho pensato di aver vissuto in famiglia; che quella fosse la mia famiglia e che quella che chiamavo mamma fosse mamma. Poi invece ho scoperto che non era così. E ho capito pure che la mia famiglia affidataria era stata anche la mia famiglia maltrattante”.
Lo hai capito a scuola, giusto?
“È stato il luogo in cui osservando i miei compagni e le mie compagne, confrontandomi con loro, ho potuto iniziare a farmi due domande. Ho visto cosa potevano fare loro, un sacco di cose, e cosa io: niente. Io potevo uscire solo per andare a scuola. Anche solo dover fare dei compiti di gruppo diventava un problema, perché non potevo uscire. Dovevo tornare a casa a fare le pulizie, tenere la figlia dei miei zii, mia cugina, e cucinare per tutti. Poi, se avanzava tempo, studiare. Ho vissuto tutta l’infanzia e l’adolescenza in isolamento sociale perché fuori “erano tutti brutti e cattivi”. E invece i brutti e cattivi erano quelli dentro casa. Maltrattamento psicologico, maltrattamento fisico… Dal confronto con i miei coetanei ho iniziato a farmi due domande rispetto al fatto che forse quello che stavo vivendo non fosse tanto normale. Mi sono ritrovata a dover mettere in discussione l’unico mondo che conoscessi, ma la parte più difficile doveva ancora arrivare: chiedere aiuto. Decidere di imboccare la strada che probabilmente mi avrebbe estirpato da quell’unico mondo conosciuto. Il secondo abbandono”.
Quando ci sei riuscita?
“A marzo 2012, quando dal parcheggio della scuola ho chiamato il Telefono Azzurro. Per mesi non è successo niente, fino a quando un mio amico ha scritto una mail all’assistente sociale: “ehi, la mia amica vi ha chiesto aiuto, perché non state facendo qualcosa?”. E questo dovrebbe far riflettere su quanto la voce di bambini e ragazzi venga presa in considerazione… In tutti in quei mesi ho vissuto nel terrore che a casa capissero; quando l’assistente sociale si è fatta viva si sono chiesti come fosse possibile che dopo sedici anni di zero assoluto ora si fosse interessata. Chi l’aveva chiamata? Hanno scoperto che ero stata io il 14 agosto 2012, dopo quella mail del mio amico. Sono stati costretti a portarmi al centralino, altrimenti sarebbero arrivati i Carabinieri. Sono stata allontanata in emergenza, istantaneamente, ma le modalità… le mie cose le ha messe in una valigia mia zia, ovviamente facendo sparire quelle a cui tenevo di più, come i diari in cui avevo scritto tanto, tutto. Sarebbero stati la prova di quello che succedeva in quella casa”.
E gli zii? Mai più visti?
“Sì, a Mirabilandia, un anno dopo. Incredibile, me li sono ritrovati lì; io ero in gita con la comunità, ma era ancora tutto troppo fresco per riuscire ad affrontarli. Diciamo che quel giorno non sono riuscita a divertirmi un granché… Poi ho rivisto mia zia in Valle D’Aosta, vicino a casa. Ecco, quel giorno mi sono arrabbiata, ho urlato. È stato liberatorio. È stato il momento in cui ho detto “ok, non hai più potere su di me”. Era finita”.
Ed è iniziata l’esperienza in comunità.
“Un’esperienza fondamentale, in cui ho potuto scoprire l’esistenza di adulti che sanno fare gli adulti. Nel mio caso però pure brevissima, dai 16 ai 18. Perché poi è finita pure quella, ed è stato il terzo abbandono, quello delle istituzioni. Così dice la legge, la tutela finisce con la maggiore età. Che per me quindi non ha significato “potersi firmare le giustificazioni”, ma doversi arrangiare. I miei educatori mi avevano parlato di un progetto che mi avrebbe potuto accompagnare fino ai 21 anni, era una soluzione. E invece no, fine dei soldi, progetto sospeso. Sono uscita dalla comunità a fine giugno, due mesi dopo essere diventata maggiorenne, e sono andata a vivere da sola. Nessuno alle spalle, nessuno che garantisce per il tuo contratto d’affitto, ovviamente nessun lavoro. È stato incredibilmente sfidante, mi sono molto arrabbiata, ma ho comunque finito la quarta e la quinta superiore, perché volevo continuare a studiare. E questo è un nodo centrale, fondamentale. Lo studio è un diritto garantito, sì, ma per i care leavers non è mica così facile. Se a 18 anni devi arrangiarti è chiaramente più semplice smettere e cercarsi un lavoro. E così si sgretola il diritto ad autodeterminarsi, a poter fare delle scelte che siano figlie di un desiderio, di una volontà, e non di una costrizione, delle contingenze. Non è un caso se dopo la laurea e dopo la magistrale sono diventata pedagogista e ho continuato a restare nella scuola. Perché credo profondamente nel valore di riscatto che può avere, soprattutto per quelli che non hanno alternative. Io lì, in classe, cerco di coltivare un po’ di gentilezza, un po’ di bellezza”.
Agevolando in tutto questo cos’è stato?
“Un sacco di cose. È stato la consapevolezza che la mia voce poteva aggiungersi a quella di tanti altri. È stato lo switch tra una storia che poteva essere estremamente problematica, e rovinarmi, e una storia che ha potuto o potrà diventare risorsa, tanto per me quanto per chi ne ha vissuta una simile. Fare in modo che sia io a gestire lei e non la mia storia a gestire me; risignificarla attraverso il confronto. Capire che è stata un’esperienza che può diventare informazione, formazione e cultura su un tema di cui si sa davvero troppo poco. Agevolando è narrazione collettiva, dunque più forte. Agevolando è stato il momento in cui ho capito che se il sistema è fatto così non vuol dire che quindi per forza debba essere accettato, che non possa essere messo in discussione, e cambiato. Anche, se non soprattutto, per tutti quei ragazzi che rimangono invisibili e a cui invece vogliamo dare voce. La mia più grande ricchezza, oggi, è aver saputo costruire una rete di persone a cui voglio bene e che mi vuole bene, per cui ci sono e che so esserci per me; di aver costruito un certo senso di famiglia”.
Cos’è rimasto dei primi 16 anni di Carol?
“Diverse volte mi è successo che qualcuno mi dicesse che dai miei occhi si vedono delle cose. Credo sia inevitabile che qualcosa nello sguardo rimanga; ci sono cicatrici fisiche, palesi, e altre meno evidenti, ma altrettanto reali. Ad esempio quelle negli occhi che hanno visto cose che nessun bambino dovrebbe vedere. Credo però che testimonino anche il fatto che qualcosa da quegli occhi se ne è uscita, è venuta fuori. E che io sia riuscita a prenderne le distanze, che ci sto lavorando e che ci voglio fare qualcosa di buono. Le cicatrici prima o poi si rimarginano, e ci rendono unici. Conservo una foto del passaporto di quando avevo tre anni; ero incazzata nera, seria, arrabbiata, sofferente. Con gli occhi scuri e la bocca chiusa, perché non potevo parlare. A quella Carol nessuno aveva detto che aveva il diritto di dire quello che pensava; capirlo e farlo è stata una conquista, il mio riscatto, la mia emancipazione. Sono cresciuta con quella sensazione che hai quando da bimba allo spettacolo della scuola tutti i tuoi compagni cercano mamma e papà in platea, e invece i tuoi genitori manco sapevano che c’era, lo spettacolo. Mi è mancato essere vista, essere amata come dovrebbe essere amato un figlio, incondizionatamente. Ma mi dicevano che andava bene così”.
We Are Care Leavers è un racconto di racconti. Voci di ragazzi e ragazze, di professionisti e professioniste, storie ed esperienze di chi vive quotidianamente l’universo dei Care Leavers in Italia. Un progetto di comunicazione realizzato grazie al sostegno del Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo – Progetto Care to Impact.
