Una, dieci, cento Torino

Forse a ‘sto giro abbiamo scelto la città perfetta. Perché la mole di cose successe a Torino può fare il paio solo a quella Antonelliana. Sui nostri canali social abbiamo raccontato che a Torino, lunedì 18 maggio, avremmo vissuto il Care Leavers Day 2026. E così è stato. Ma quello è stato soltanto il terzo giorno; prima, sabato e domenica, abbiamo vissuto una delle mobilità che negli anni scorsi abbiamo iniziato a raccontarvi da Tolè, Cagliari, Catania e Roma.

A Torino abbiamo deciso che sarebbero potute accadere un sacco di cose. Ad esempio il Care Leavers Day di quest’anno, certo; ma pure un confronto interno per imparare a crescere e mettere a fuoco il futuro dell’Associazione. E perché no, anche l’Assemblea dei soci per confermare che il 2025 è stato archiviato in ordine. Basta? Macché, in tre giorni ci possono stare molte più cose. In tre giorni ad esempio si può raccontare quanto e quanto bene si possa costruire in un anno di progetto quando al fianco si ha un partner capace di offrire ascolto. A noi è successo con Fondazione Unipolis, protagonista di Caring is Sharing, il progetto con cui — ad esempio — abbiamo costruito careleaversmap.org: una vera e propria “impresa” di cui vi racconteremo presto, ma che intanto potete sbirciare cliccandoci su.

Un’altra cosa successa a Torino, talmente grande e importante che nelle prossime settimane le dedicheremo uno spazio e un momento tutto suo, è la Consulta giovanile. Per adesso vi diciamo che la Consulta giovanile è Hawanatu, Lucia, Jesmilda, Abdoulie, Carlo, Alice, e Boubacar, e che sarà una voce, uno stimolo e un’energia fondamentali per il futuro di Agevolando. 


Benché indubbiamente qualche emozione potrebbe perdersi tra la realtà di un palco e lo schermo di un telefonino, vi racconteremo anche la nostra storia di storie, la voce unica — benché di dieci ragazzi e ragazze diversi — che abbiamo condiviso con chi ha voluto festeggiare con noi il Care Leavers Day lunedì mattina. Una voce che, come ogni volta, quando si alza ammutolisce, riempie gli occhi fino all’orlo, gonfia il cuore e fa venire voglia di urlare. Urlare per farla arrivare a chi può (dovrebbe?) cambiare le cose, per migliorare un sistema che sembra non avere orecchie e negli ultimi tempi nemmeno lungimiranza. Urlare che si dovrebbe fare di più, e meglio, non di meno. Urlare che oltre 40 mila care leavers forse non sono una grande città, un’emergenza o un bacino elettorale, ma sono 40 mila ragazzi e ragazze, e dovrebbe bastare.

Quella voce, proprio lì, a Torino, l’abbiamo fatta sentire a chi con noi vive e costruisce questo universo quotidianamente, alle associazioni, ai professionisti e alle professioniste che hanno popolato di riflessioni e idee i tavoli dei workshop. A Fondazione Unipolis e CISMAI che hanno costruito con noi l’evento, a CNOAS e CIOAS Piemonte e Val d’Aosta, SOS Villaggi dei Bambini, CNCA, CNCM e IPRS. L’abbiamo fatta sentire alle Istituzioni, alla Città di Torino che con l’Assessore alla Politiche Sociali Jacopo Rosatelli ci ha accolto e al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che con il dirigente Renato Sampogna ha partecipato alla riflessione sullo stato dell’arte del sistema d’accoglienza. L’abbiamo fatta sentire all’Università Bicocca di Milano, che con tante altre università italiane è partner fondamentale del nostro viaggio. 

Poi in tre giorni si può anche giocare a biliardino e imparare a giocare a scacchi. Si può ballare e cantare, ricordarsi che Torino ha anche un centro storico e decidere di visitarlo di notte, dimenticarsi di dormire e avere sonno di giorno. Si può mangiare e fare il bis o bere una birra aspettando di sedersi a tavola. Si può essere care leavers, si può essere il Care Leavers Network e si può essere Olga, Lorenzo, Mina e Samira. Si può camminare fino ad arrivare (al) Manhattan, e invaderla fino alle ore piccole in una via vai di pizza, amatriciana, carbonara e boscaiola. Si può ridere e pensare, condividere e tenere per sé. Si può provare a tracciare il fil-rouge della propria vita con un filo di lana rossa e una manciata di puntine da disegno. Si può raccontare quanto bene possa fare il calcio e quanto possa essere difficile chiedere di poter chiamare mamma chi fino a quel momento mamma non lo era. Poi sì.

In tre giorni, quando stanno per finire, si può dribblare uno sciopero e prendere il treno, sognando il letto e sapendo che prima o poi di treno ne arriverà un altro, e ci porterà da qualche altra parte, insieme.

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