BlogStorie resilienti

Davide: “Sognare in grande, ma procedere per piccoli passi”

Foto: Monica Romei

Hai due famiglie e vivi come in un mare in mezzo a due continenti.

È così che si sentono i ragazzi in affido. O perlomeno è così che mi sono sentito io.

Avevo solo 5 anni quando sono stato allontanato dalla mia famiglia. Insieme a mio fratello, che aveva 7 anni, siamo stati inseriti prima in una comunità. Poi siamo stati in affido per due anni dai nostri zii, per poi rientrare in comunità.

Infine ho incontrato quella che è la mia famiglia affidataria da 13 anni. E la mia vita è cambiata.

Essere in affidamento è una sensazione strana: ho provato gioia e dolore insieme. Gioia perché finalmente avevo trovato due persone capaci di volermi davvero bene. Dolore perché mi dispiaceva per la mia famiglia di origine. Per fortuna tra le due famiglie non c’è mai stato antagonismo, anche se all’inizio mia mamma faceva fatica ad accettare questa situazione.

Anche io all’inizio non capivo bene cosa mi stesse succedendo, non riuscivo a comprendere tutto. I primi anni sono stati molto difficili: venivano organizzati incontri con i miei genitori naturali ma continuavo a sentirmi sempre punto e a capo, a rivivere la stessa sensazione di abbandono. Nutrivo rabbia dentro di me, ma nonostante le difficoltà riuscivo a sorridere.
Ho sempre visto i problemi e le difficoltà come se fossero una montagna: si possono superare, quella montagna si può scalare.

Anche a scuola non era semplice. Le elementari sono state il periodo più critico della mia infanzia: troppi cambiamenti e spostamenti, non ero mai concentrato durante le lezioni e avevo una soglia dell’attenzione molto più bassa rispetto ai miei compagni. Ho perso un anno nel periodo tra l’uscita dalla mia famiglia e l’affidamento ai servizi sociali. In quarta e quinta elementare le cose sono cambiate: ho avuto la fortuna di essere affiancato da figure educative molto attente alle mie esigenze ma soprattutto ho trovato finalmente una stabilità con l’ingresso definitivo nella nuova famiglia affidataria.

Foto: Monica Romei

I ragazzi che hanno avuto percorsi di vita come il mio, diversi dalla maggior parte dei coetanei, sono molto fragili, hanno bisogno di certezze, hanno bisogno di prendersi i loro tempi e spazi ma soprattutto hanno bisogno di essere compresi e non discriminati.

Nel 2014 sono riuscito a qualificarmi come Operatore alberghiero e con buona volontà nel 2016 ho conseguito il diploma come Addetto alla ristorazione. Dopo due anni di lavoro, ho scelto di rimettermi in gioco nello studio come Operatore socio-sanitario.

Da cinque anni faccio volontariato in un’associazione, “Muoversi allegramente”, con ragazzi con difficoltà motorie e psichiche. Quando capisci quali sono le cose belle e importanti della vita, senti il desiderio di fare del bene anche agli altri!

Non so bene cosa farò in futuro, ma ora il mio prossimo obiettivo è riuscire ad andare a vivere da solo.

Cosa mi ha salvato in questi anni?
Una grande voglia di riscatto. Il desiderio di dimostrare al mondo che ce l’avevo fatta.
Credo di aver scalato una montagna altissima accettando la mia vita e le mie difficoltà, ma sono sempre riuscito ad andare avanti.

Io credo nella forza dei sogni ma anche dell’umiltà: sognare in grande, ma procedere per piccoli passi.

Per quanto possa essere difficile stare al mondo, ne vale sempre la pena.

a cura di Silvia Sanchini

P.s. Davide ha 22 anni e vive a Nole, in provincia di Torino. A marzo 2019 è stato eletto nel Consiglio Direttivo di Agevolando.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *